Appartenenza, omologazione: il piattume in cui siamo immersi è quello di un film già visto, una canzone già sentita. Originale sin dal nome, Liviae punta alla distinzione, e già questo la rende una voce fuori dal coro. E per riuscirci, la chiave è l’enigma. Siamo sottesi al gioco di luci e ombre della vita, e la cantautrice romana nuota nella parte più scura da cui non si nasconde. Lo fa attraverso una scrittura sincera; tessiture di parole il cui incipit è il nome stesso dell’artista. Il 7 novembre è uscito il singolo di debutto Confusional (Amore). L’abbiamo incontrata.
Quando hai iniziato a fare musica?
Avevo già provato a scrivere qualche parola a 16 anni, ma a 19 è diventata una vera necessità. Ero reduce da una relazione che mi aveva devastata. In quel periodo aspettavo che uscisse il sole per dormire, perché di notte avevo troppa paura a chiudere gli occhi. Da lì ho capito che scrivere era il mio modo per trasformare il dolore in qualcosa di bello.
Un aspetto positivo e uno negativo del fare musica?
Di aspetti positivi ce ne sono tanti. Come mi disse un musicista con cui ho collaborato tempo fa: scrivere un pezzo significa mettere al mondo qualcosa che non c’era mai stato prima. E poi, per quanto scomoda sia un’emozione, scriverla e cantarla aiuta a processarla. Il lato negativo è che doni un pezzo di te al mondo e devi sperare che lo tratteranno con la stessa cura che tu gli hai dato. Ma forse è giusto così: lasciare che le canzoni vivano la loro vita.
Con quali artisti ti sei formata musicalmente?
Ho sempre ascoltato di tutto, senza pregiudizi. Le voci che mi hanno ispirata, però, sono quelle calde, di velluto, che ti avvolgono e ti trasportano da qualche parte dentro di te. Quelle imperfette, vere.
Come nasce la tua musica?
È una ricerca interiore. A volte nasce da un dolore, altre da una frase o da un’immagine che mi resta in testa per giorni. Ogni brano è come una conversazione con me stessa, per capire dove sto andando o cosa ho bisogno di lasciare andare.
C’è un’esperienza musicale che ti ha segnato in particolar modo?
Quando avevo 16 anni provai a partecipare a X-Factor. Dietro la porta, ad ascoltarmi, c’erano Chiara Galiazzo e un altro ragazzo. Cantai, poi mi fecero aspettare mentre gli altri andavano via. Mi portarono a scattare delle foto con il mio numero — credo fosse il 12813, lo conservo ancora da qualche parte a casa. Poi mi dissero che potevo tornare a casa. In macchina dissi ai miei genitori: “Io ho chiuso, non canterò mai più.” Col tempo ho capito che, per quanto fosse stato umiliante non farcela, non ho mai potuto smettere davvero di cantare.
Di cosa parla la tua nuova avventura musicale?
Sto provando a donarmi al mondo senza paura. A dire tutto ciò che non avevo avuto il coraggio di dire prima. Spero che arrivi a chi deve, come una spiegazione che non hai mai avuto il coraggio di dare, per orgoglio o per paura. È un po’ come quando, sotto la doccia, immagini la risposta perfetta che avresti voluto dire quattro anni prima.
Cosa ne pensi dei social e del web come mezzo per farsi conoscere?
Penso che il web abbia rivoluzionato tutto, anche in positivo. Ma i social, quando si parla di musica, spesso appiattiscono la personalità degli artisti. Ci sono standard da rispettare e, a forza di entrarci dentro, si rischia di perdere la propria voce. Credo ancora nel valore delle cose vere, di chi riesce a restare sé stesso anche dentro un algoritmo.

Jimmy Rabbitte, figlio di un fanatico di Elvis è nato a Dublino nel 1970. Laureato in sociologia, da sempre appassionato di musica, si diletta tra piccole band e collaborazioni giornalistiche. Vive a Roma da più di 15 anni e non si perde un concerto da San Lorenzo a Testaccio, dal Pigneto a Portonaccio.
Jimmy Rabbitte, figlio di un fanatico di Elvis è nato a Dublino nel 1970. Laureato in sociologia, da sempre appassionato di musica, si diletta tra piccole band e collaborazioni giornalistiche. Vive a Roma da più di 15 anni e non si perde un concerto da San Lorenzo a Testaccio, dal Pigneto a Portonaccio.

