Giacomo Leopardi, quella minestra che proprio non va giù

Le gourmet, 1901 Pablo Picasso (artist) Spanish, 1881 – 1973

Per il nostro grande letterato il cibo non è solo il carburante necessario al buon funzionamento del proprio organismo ma costituisce anche il mezzo attraverso cui denunciare con appropriati traslati aspetti politici e sociali che caratterizzano il suo tempo. E perché no? Cibo come godimento e peccato di gola in cui affogare i malanni causati da una sorte poco benevola nei suoi confronti.

Una cosa è certa, a Giacomino la minestra proprio non va giù, infatti in “A morte la minestra” scrive: “…Ora tu sei, Minestra, dei versi miei l’oggetto, e dirti abominevole mi porta gran diletto. O cibo, invan gradito dal gener nostro umano! Cibo negletto e vile, degno d’umil villano! Si dice, che resusciti, quando sei buona, i morti; or dunque esser bisogna morti per goder poi di questi benefici, che sol si dicon tuoi? …” Quando il poeta compone questi versi ha circa undici anni; una manifestazione di pura repulsione infantile per la minestra, non sarà che l’algida madre Adelaide abbia contribuito a sviluppare cotanto disgusto nel discolo pargolo a furia di fargliela ingurgitare forzosamente? E pare ovvio a fin di bene: Giacomino era gracilino e la minestra era ritenuta salutare. Forse, da donna rigida qual era, Adelaide voleva che il figlio imparasse a mangiare quello che trovava nel piatto senza fare storie, dalle mie parti si dice: “O ti mangi sta minestra o ti butti dalla finestra”; in altre parole, oggi questo c’è e questo ti mangi.
Sta di fatto che divenuto adulto Giacomino preferisce rimpinzarsi di ben altro provando a contrastare acciacchi e momenti tristi con le gioie derivate dal gustare determinati alimenti. Bisogna dire che il fine palato del recanatese fa impazzire non poco l’amico Antonio Ranieri e la sorella Paolina, i quali pur di acquietare l’animo tormentato del grande poeta si danno un gran da fare. Sempre dalle testimonianze scritte che ci ha lasciato Ranieri, Giacomino ha una predilezione per pane, tarallucci dolci e gelati che esclusivamente devono essere acquistati dai suoi negozi preferiti.
Nel soggiorno a Napoli, Leopardi trova sulla via nuova di Santa Teresa o Capodimonte un negozietto gestito da una donna genovese, una certa Madama Girolama, dove vengono prodotti dei bastoni alla genovese, un pane unico per il poeta tanto da non volerne altro. E che dire per i taralli zuccherati! Guai se non sono di Vito Pinto, un sorbettaio divenuto ricco e famoso grazie proprio alla produzione di gelati, la grande passione leopardiana. Non sarà che Napoli ha conquistato il cuore del poeta pure per la buona cucina? Tutto è possibile. Persino prossimo alla morte il grande Giacomo baratta la minestra che Paolina con tanto amore gli ha preparato con la richiesta di una limonea gelata. Insomma meglio una granita che la solita brodaglia!

Bibliografia:
Giacomo Leopardi, A morte la minestra
Antonio Ranieri, Sette anni di sodalizio con Giacomo Leopardi

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