Hatha Yoga, open air a villa Pamphili

Hatha-Yoga-Open-Air_Roma-Villa-PamphiliLo yoga, nel corpo e oltre

Lo yoga si pone come orizzonte un progetto molto ambizioso e affascinante ovvero l’unione del se individuale con il Se universale; ci parla, infatti – e soprattutto –, del desiderio e del bisogno dell’io di andare oltre se stesso, oltre i propri limiti; questo è yoga: superamento dell’io nell’essere.

Si può partire da molto lontano: da una semplice curiosità, o da un fastidioso mal di schiena, dal desiderio di alleviare un senso di fatica o di stress, ma a un certo punto, da qualche parte, inconsapevolmente, con modalità sempre varie e originali, affiora ai sensi e alla consapevolezza qualcosa che non ha niente a che vedere con il motivo che ha spinto alla pratica, ed ecco che il problema dell’io, si fa sentire, chiede ascolto.

E si apre un varco, al di là del quale si cela il mistero da sempre irrisolto dell’Essere ed è sorprendente come questo viaggio verso se stessi, verso la parte più profonda di noi cominci proprio dai sensi, dall’educare il nostro corpo a una percezione più sottile.

Nello yoga si dice che l’io sia il limite e contemporaneamente il mezzo. Limite perché il mentale annebbia la nostra coscienza, ciò che realmente siamo, e ci inchioda nella falsa convinzione che noi siamo solo ciò che facciamo, che siamo il ruolo sociale e relazionale che ricopriamo. Il mezzo perché l’io ci accompagna in questo viaggio fino a quel varco oltre il quale diventiamo altro e possiamo esplorare non più il contenitore ma il nostro contenuto più profondo.

L’argomento è difficile, e persino arduo da trattare verbalmente, perché non è una questione di filosofia o di ragionamenti, ma di esperienza, di “vita vissuta” (corpo, mente e spirito) e le parole comuni sono troppo limitate per potere dire, esprimere vissuti così ineffabili.

Non ho tante pretese: in questo articolo vorrei solo introdurre un tema che ci riguarda tutti, un tema di “confini”, potrei dire, ovvero riguardante i confini del nostro orizzonte culturale e psichico (di occidentali) nei confronti dell’esperienza dello yoga, della riunificazione dell’io con l’essere.

Il desiderio della natura umana certamente riguarda l’infinito, e nello stesso tempo la nostra psiche ha limiti evidenti: come può una mente limitata come la nostra cogliere ed accogliere il contatto con l’infinito?

E inoltre, come può l’uomo dell’epoca moderna, abituato a uno stile di vita frenetico silenziare l’io per varcare il confine che separa la sua vera essenza dal Se Universale?

Lo yoga all’uomo occidentale offre come strumento in questo affascinante viaggio verso l’infinito: il corpo.

Tuttavia l’”errore” su cui si inciampa è quello di considerare lo yoga come una semplice ginnastica, una mera pratica sportiva; noi occidentali siamo portati, sulla falsa riga della velocità con cui conduciamo il nostro quotidiano, all’arresto del pensiero mediante il movimento, impegnando corpo e mente in qualcosa di frenetico che possa farci sfuggire a quel turbinio di pensieri che troppo spesso assale la nostra mente; da qui si è assistito alla proliferazione di corsi di vario tipo nelle palestre, che propongono accanto ai vari corsi, un adattamento più o meno coerente con il percorso spirituale attraverso il corpo che lo yoga delle origini propone.

La paganizzazione dell’antica pratica dello yoga avvenuta negli ultimi decenni in forme diverse come power yoga, bikram yoga, antigravity-yoga, pone l’accento sulla spattacolarizzazione delle posizioni del corpo, ma vorrei che passasse in maniera più incisiva un messaggio importante, ovvero quello che lo yoga non è toccarsi con la punta delle mani i piedi in una flessione estrema oppure riuscire in chissà quale posa acrobatica, lo yoga è arrivare a toccare i proprio limiti ma con agio e fermezza, senza giudizio, rilassandosi.

Attraverso le asana (posizioni del corpo) e il controllo del respiro colui che pratica educa il corpo non solo all’ascolto dei sensi, ma a ritirare questi all’interno, infatti la corretta esecuzione delle asana è affidata al “sentire” il proprio corpo, più che vederlo con gli occhi esterni. Questa interiorizzazione dirige la nostra bussola interiore verso una dimensione oltre la materia, oltre la mente, che viene messa a tacere silenziata nel movimento e gradualmente nella staticità del corpo, che come per magia durante la meditazione, (stadio e fine ultimo del lavoro di pratica sul tappetino) si dissolve, il respiro si fa sottile e viene lasciato così scorrere senza il giudizio ingombrante dell’io, che è ormai lontano, anche se per qualche attimo o poco più , vinto da qualcosa che ci supera, ci ingloba e a cui noi apparteniamo, noi che siamo la forma manifesta di quel mistero che è la vita, oltre i confini dei nostri schemi mentali, dell’io un testimone discreto si fa spazio nel silenzio e ci invita all’ascolto.

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