Il grandioso acqua trekking alla periferia est di Roma

Il territorio tagliato dalla via Polense, che dalla periferia est di Roma, e precisamente da Castelverde, si dipana verso San Gregorio da Sassola e i Monti Prenestini, raggiunge la perfezione – per quanto riguarda la commistione di storia, archeologia, natura, avventura, wilderness – nel sistema di forre tra S. Vittorino e Gallicano.
Siamo a fine luglio del 2019.
Giancarlo, Roberto e io abbiamo appena terminato, con un gruppo di escursionisti, un acqua trekking con meta la bellissima cascata di Ponte S. Pietro, ancora attiva nonostante la stagione avanzata.
Tutti sono entusiasti e non vogliono saperne di tornare a casa.
Così, mentre picnicchiamo all’ombra di un grande quercia, Giancarlo, Roberto e io ci facciamo l’occhiolino e proponiamo “Maaa vogliamo scendere in un secondo fosso qui vicino?
“Siiiii!”
Detto, fatto. Ci dirigiamo verso la poco distante, medievale, Torre Raminga, che si stacca, snella e solitaria, a dominare l’omonima gola, e scendiamo sul fondo del fosso lungo un sentiero scosceso, nonostante tagli il pendio nel punto meno ripido.
Eravamo già scesi sul fondo del fosso dell’Acqua Raminga (che in realtà è un fiume, essendo perenne), ma ne avevamo percorso solo un piccolo tratto.
In modo contro intuitivo, come nell’acqua trekking lungo i fossi di Castelnuovo di Porto, il fiume scorre sontuoso, pur essendo estate avanzata, nonostante sia a bassa quota e in un’area, quella della campagna romana, non particolarmente piovosa.
Pensiamo di percorrere con il gruppo solo un tratto …
… ma ora apriamo una parentesi: in Val Curone, in Lombardia, è stato istituito un parco per tutelare e far conoscere la singolarità del fiume Curone.
E in cosa consiste questa singolarità?
Per via di alcuni meccanismi fisici e biologici viene accelerato il deposito di calcare (che nel tempo diventa travertino), sulle strutture con cui viene a contatto: rocce, foglie, tronchi di legno e si formano particolari sistemi di vasche unite da sequenze di cascatelle.
Un fenomeno di solito presente presso le sorgenti termali, presente in Val Curone, dove è detto delle “sorgenti pietrificanti” e presente … davanti ai nostri occhi, lungo il Fosso dell’Acqua Raminga (e presente anche nella Forra del Crèmera, pur se non con questa abbondanza), alla periferia est di Roma.
Quindi, altro che Val Curone, dove però, probabilmente, l’acqua è più pulita.
E a questo serve, anche, a mio parere, andare a cercare i luoghi segreti: a monitorare l’ambiente.
… ci immergiamo, insomma, nel mondo delle “sorgenti pietrificanti” de noantri e cominciamo a risalire le infinite cascatelle e pozze iridescenti sotto le lamine di luce che trapassano la fitta copertura arborea della gola.
Dopo circa duecento metri imbocchiamo uno stretto affluente che ci porta, in breve, in una cupa gola laterale, chiusa da un profondo catino di roccia con le altissime pareti che portano traccia di una cascata altissima e quasi certamente fossile (Fossile, temo, a causa delle captazioni eccessive).
A questo punto dovremmo tornare indietro, visto che né Giancarlo, né Roberto, né io, ci siamo mai spinti oltre.
Ma il gruppo, nonostante l’acqua al ginocchio e la penombra della forra, vuole continuare.
Eccoci dunque seguire le curve del fiume in un tripudio di “sorgenti pietrificanti”.
La gola si restringe, le vasche travertinose e le cascatelle scompaiono e un piccolo salto ci porta in un punto molto stretto.
Continuiamo a risalire la corrente, un po’ a fatica, per un tempo che sembra lunghissimo, come capita quando si è al termine di una giornata di fatica.
Ma la monotonia di questa parte del percorso dura poco.
Appare infatti, improvvisa, l’altissima arcata di ponte di S. Antonio, che sottopassiamo.
Una ripida strada bianca, fatta per agevolare i lavori di consolidamento dell’arcata, ci porta in pochi minuti fuori dalla gola.
Se avessimo avuto più tempo, e forze, avremmo risalito ancora il fiume, lungo un altro tratto fantasy, dove avremmo trovato l’arcata di un altro acquedotto.
Ma, per oggi, basta così.
Rimane l’ultima “impresa”: salire sulla sommità dell’acquedotto, percorrerlo tutto, con la leggera vertigine dei trenta metri a picco sulla forra, e tornare alle auto.
Anche qui vale il discorso fatto per l’acqua trekking lungo il Fosso di Castelnuovo di Porto, ovvero che per quest’avventura, così vicino Roma e così inaspettata per la sua bellezza, dobbiamo ringraziare le copiose falde, alle quali i Romani attinsero con gli acquedotti.
E dobbiamo sperare che rimangano attive, perché, se si esauriranno, per via di un clima sempre più incostante, e questi fossi andranno in secca, ci sarà più che mai da preoccuparsi per il caos climatico …
… ma a quel punto sarà tardi.

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