Intervista ad Alfredo Macchi

Alfredo_Macchi_01Negli spazi della Inars Art Gallery, Libreria Arion di Montecitorio a Roma, all’interno della mostra “Teatri di guerra” che raggruppa opere di grandi artisti del Novecento sul tema del conflitto della collezione di Ovidio Jacorossi, sono esposti i War Landscapes, paesaggi di guerra” di Alfredo Macchi, fotografie in bianco e nero scattate in 15 anni di lavoro in prima linea nei principali conflitti del mondo e raccolte nel libro “War Landscapes” (Tempesta Editore). Giornalista televisivo di Mediaset, inviato in zone di guerra, è fotografo per passione con altissima professionalità. Alfredo Macchi è nato in svizzera, ma attualmente vive e lavora a Roma. Ha partecipato a diverse mostre personali e collettive con progetti sociali e aste. Ha ricevuto numerosi riconoscimenti giornalistici tra cui il Premio Saint Vincent, il Premio Ilaria Alpi, il Premio Marco Luchetta e il Premio Enzo Baldoni. Le sue fotografie fanno parte di collezioni private in Italia e all’estero.

Paesaggi delle zone di conflitto del mondo, racconti, storie e immagini da paesi lontani, dall’Afghanistan al Sud Sudan… Le sue fotografie scelte e accuratamente esposte sono anime che vivono attraverso il suo sguardo e la sua luce. Ci parlano di vissuto, dei momenti di guerra, …sono momenti in cui si perde il contatto con l’essere umano, l’essere , l’io, la civiltà …e Alfredo Macchi riprende quel contatto attraverso i suoi scatti e i suoi racconti pieni di vita. La fotografia come Arte, rimasta oggigiorno appannaggio per pochi, di coloro che la vogliono ancora perseguire.

Lo abbiamo incontrato in galleria per ammirare i suoi scatti, in mostra fino al 12 settembre 2015.

Alfredo-MacchiCome e quando nasce questo progetto War Landscapes, paesaggi di guerra”?

War Landscapes è frutto del lavoro svolto in 15 anni da inviato in tante zone di guerra, dal Medioriente all’Afghanistan, dalla Libia al Sud Sudan. In questi anni ho raccolto tantissime immagini colme di dolore, urla, folla. In questo libro ho scelto di inserire invece le foto dei segni lasciati dalla guerra nella quasi totale assenza dell’elemento umano: paesaggi di cittá distrutte e campi di battaglia, panorami di trincee e fortificazioni. Un modo per riflettere su quello che lasciano tutte le guerre, lontano dalle emozioni e dalle passioni del singolo conflitto.

Cosa vuoi raccontare?

Le immagini che ho scattato sono quelle che mi hanno emozionato durante il mio lavoro. Foto delle strade piene di macerie, dei carri armati rovesciati subito dopo i combattimenti, dei muri e delle torrette di cemento che segnano le zone di crisi. Credo che siano simboli che ci devono far pensare a quello che è la guerra, al di là della cronaca del singolo evento. Interi Paesi vengono stravolti, popolazioni separate, luoghi di convivenza bruciati: i lasciti dei conflitti sono pesantissimi, nel territorio e negli animi della gente.

Geniali artisti del passato hanno dato la loro visione della Guerra…come è la tua visione?

Nella mostra “Teatri di guerra” ci sono quadri e sculture che attraversano tutto il Novecento, opere che riflettono le atmosfere delle epoche in cui sono state realizzate e spesso anticipavano i tempi. C’è chi vedeva la guerra come fonte di progresso e come necessità ineluttabile. Poi gli artisti del dopoguerra, che descrivono la tragedia che è stata la seconda guerra mondiale. L’intuizione di Ovidio Jacorossi è stata quella di affiancare a questi capolavori le mie fotografie dei conflitti contemporanei. Oggi siamo bombardati di immagini di guerra, video di autobombe che esplodono, ostaggi decapitati, bersagli colpiti dai mirini degli aerei: in gran parte però si tratta di propaganda che tende a nascondere quello che è veramente la guerra, spesso combattuta lontano dalle telecamere da squadre speciali o droni dal cielo. In un momento in cui tutti parlano di “guerra al terrorismo”, “scontro di civiltá”, vorrei riportare l’attenzione sulle conseguenze delle guerre, che non risolvono i conflitti, ma portano distruzione e seminano altro odio.

La fotografia era per pochi eletti, quelli che potevano permettersi l’attrezzatura e la possibilità di viaggiare non era facile allora, come è oggi ?

È cambiato tutto. Una volta i pochi che fotografavano in qualche modo documentavano luoghi e situazioni che pochissimi avrebbero potuto vedere. Oggi tutto è fotografato. Quello che accade viene immediatamente immortalato da chiunque vi assista con un semplice smartphone. Una marea di immagini spesso insignificanti. La fotografia perciò deve diventare altro: svelare aspetti nascosti, alludere, far immaginare, far ragionare. Perciò diventa essenziale la figura del fotografo, la sua sensibilità, il suo modo di raccontare e trasmettere emozioni. Nascono solo così fotografie che riescono a distinguersi, a raccontarci qualcosa di diverso nel mare di immagini usa e getta che ci sommerge ogni giorno.

La sua passione diventata Arte, per la fotografia? Come e quando nasce?

Io lavoro per la televisione, un mezzo efficace e imbattibile nella sua velocità di informare. Questo è però come noto anche il suo limite. Se si vuole approfondire, riflettere, fermarsi su qualcosa, la fotografia ritengo che sia imbattibile. Quando parto per realizzare i miei reportage per le reti Mediaset mi porto sempre dietro la macchina fotografica. Nei momenti di pausa o a fine giornata faccio gli scatti delle situazioni che mi emozionano. Volti di persone o luoghi che voglio ricordare e trasmettere alle altre persone. È ovviamente un percorso personale di suggestione, atmosfere, ricordi. Mi rendo conto che ci sono fotografi molto più bravi di me, capaci di cogliere dettagli che io non sarei mai in grado di vedere. La fotografia è così: oltre che del soggetto inquadrato, ci racconta molto di chi scatta.

Al giorno d’oggi con l’arrivo del digitale e del virtuale con internet, la fotografia è messa a disposizione di tutti. Ogni scatto può essere mostrato a milioni di osservatori nel giro di pochi secondi, che a loro volta possono condividere l’elemento generando in pochissimo tempo un circuito virtuoso senza confinidimmi cosa ne pensi? Quali sono i limiti?

Infatti abbiamo miliardi di immagini inutili o che vivono l’arco di poche ore. Sui social media impazzano fotografie di gattini o tramonti, di gambe in spiaggia, piatti di cibo o eventi di cronaca presi con il cellulare. Tutto questo lo potremmo definire junk photo, un po’ come mangiare in un fast food e non accorgersi neppure in quale paese ci si trovi. Le foto importanti, quelle che rappresentano un epoca, che raccontano una storia o anticipano una tendenza, sono poche e rare. E per questo preziose.

Parliamo di te….Momenti e scatti… Cosa provi quando sei lì?

Ogni volta che vado in una zona di guerra sono travolto dalle emozioni: paura, sconforto, solitudine. Io cerco di raccontare quello che significa la guerra per i più deboli, i civili, o per gli stessi soldati, che sotto la dura scorza sono anche loro esseri umani con i loro affetti e le loro storie. Spesso assito a soprusi o a veri e propri crimini di guerra che cerco di denunciare nei miei servizi. Con le foto tento di fare la stessa cosa, senza la frenesia del tempo della cronaca. Così gli occhi di un bambino o le mani di un anziano, una strada o una stanza, possono suggerirmi qualcosa d’interiore che si traduce nell’esigenza di scattare quell’ immagine. Ci sono state situazioni in cui non sono stato abbastanza veloce da cogliere l’attimo e quelle immagini le ho ancora in testa, ma non posso farle vedere a nessuno.

Una raccolta in un libro fotografico e una mostra, cosa vorresti lasciare a noi spettatori? quali sensazioni?

Il libro si apre con le immagini di New York dopo l’11 settembre e dopo fotografie scattate in Afganistan, Libano, Egitto, Libia, e tanti altri paesi in guerra si chiude con le immagini di bambini che tornano a giocare tra le macerie. È segno di speranza, che forse in un futuro non troppo lontano la guerra sarà considerato un modo barbaro e antico di superare i conflitti tra gli uomini. Ma mi rendo conto che i tempi sembrano andare in direzione diversa. Molti oggi in Europa non si ricordano più che cosa davvero sia la guerra e invocano le armi come soluzione ad ogni questione. Io vorrei ricordare con le mie foto che cosa lascia la guerra.

Dove nascono le storie?

Ovunque, basta avere la sensibilità per coglierle. Spesso situazioni già raccontate possono offrire spunti diversi se guardate con un punto di vista diverso. Bisogna essere curiosi e pronti a recepire quello che ci circonda. Se ci fermiamo alle nostre convinzioni e ai nostri pregiudizi non vedremo mai tante storie.

Il progetto espositivo avrà un seguito?

Non lo so. Il libro War Landscapes sta ottenendo un grandissimo successo e ha vinto la medaglia d’argento al PX3, il Prix de la Photographie de Paris, uno dei riconoscimenti internazionali più prestigiosi. La mostra è una possibilità di vedere le foto in grande formato e in modo diverso per il pubblico. Potrebbe proseguire in altre cittá assieme al libro.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Mi piacerebbe dedicarmi ad un progetto fotografico di lungo respiro, su temi nuovi e diversi. Ho alcune idee.

Cosa vorrebbe Alfredo Macchi per sé e per gli altri? Cosa vorrebbe lasciare come segno?

Io mi ritengo fortunato, sono riuscito a fare il lavoro che volevo, girare il mondo e raccontarlo. Vorrei avere con la mia professione aiutato qualche persona vittima di ingiustizia o impedito qualche sopruso .E mi piacerebbe trasmettere questa passione a tanti ragazzi che spesso tendono a rinchiudersi nella routine delle insoddisfazioni. Il mondo è pieno di opportunità per fare quello che ci appassiona, altrimenti si spreca la propria vita.

Questa mostra imperdibile e piena di splendide sensazioni di Alfredo Macchi: War Landscapes, paesaggi di guerra”, vi aspetta fino al 12 settembre 2015 a Roma presso inARS Art Gallery – Libreria Arion Montecitorio a Piazza Montecitorio, 59.

Alfredo-Macchi_War-Landscape-paesaggi-di-guerra_Link libro per vederlo e acquisto: http://www.alfredomacchi.it/blog/war-landscapes/

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