Momenti e emozioni della capitale, negli scatti di Matteo Nardone

Dall’alba al tramonto alcune immagini, volti ed emozioni della capitale sono fermati da lui, uno tra i fotografi romani più attivi del momento.

Può capitare di incontrare Matteo Nardone al Pincio oppure su un set dedicato agli attori, tra le manifestazioni di protesta per i diritti sociali o a quelle che chiedono un luogo sicuro e dignità per i migranti. Lui, fotografo a Roma, è sempre impegnato su più fronti, e riuscire a parlargli non è così semplice. Così, dopo diverse settimane, e davanti a una tazza di tè (da Necci, al Pigneto) ha raccontato in cosa consiste il suo lavoro.

Vivo alla giornata” esordisce subito Matteo, “Questo è un lavoro totalizzante. Ogni luogo, qualsiasi situazione è un’ispirazione per uno scatto, per immortalare il momento e trasmettere emozioni. Per questo non posso fare a meno di fotografare. Quando c’è stato il terremoto, la prima scossa fortissima ad Amatrice, che si è avvertita anche a Roma, ero in Sicilia. In vacanza a Palermo per qualche giorno, approfittavo di fare un reportage fotografico alle saline di Trapani-Marsala. Quelle saline sono un posto di particolare bellezza, con i mulini a vento e i giochi di luce”.

Non è semplice passare da un luogo all’altro, e fotografare situazioni completamente diverse.
Come fai?

Vivo di emozioni continue e con il mio lavoro è sempre possibile provarle. Per questo lo considero un lavoro che ringiovanisce. Mi sento un privilegiato, anche perché contemporaneamente tratto diverse arti. Con l’obiettivo puoi immortalare le emozioni in più ambiti, le persone e gli eventi, se penso ad esempio ad una scena in teatro. Così cercare di trasmettere con l’arte – della fotografia – le emozioni con il fine di far star meglio la gente. Ti dico questo perché ho avuto modo di rendermene conto personalmente. Avendo fatto varie mostre ho avuto modo di ascoltare ciò che i visitatori raccontavano, quello che provavano e sentivano davanti alle mie foto.

Come hai iniziato?
Sono diventato un fotografo di professione da circa sei anni, o poco più, non è molto, ma già lo facevo nella mia cosiddetta “prima vita” quando facevo un tipo di lavoro (e di vita) completamente diverso, lavoravo come analista programmatore in un’azienda di informatica, anche perché la passione c’era da quando ero bambino quando mio padre mi faceva provare la sua nikon (ovviamente analogica). Poi ho fatto la scelta più folle della mia vita, ovvero vivere della mia passione e della mia arte.

C’è un momento particolare che ti ha lasciato il segno?
Quello che mi è rimasto più impresso nei ricordi fu l’evento “Parole di Lulù” organizzato da Niccolò Fabi al Casale del Treja per la raccolta fondi in favore di “Medici con l’Africa CUAMM”, era se non ricordo male il 2010, e da quel giorno Niccolò organizza ogni anno insieme a Shirin una giornata in giro per l’Italia dedicata ai bambini. Le emozioni che mi ha trasmesso quella giornata rimangono ancora vivide nei miei ricordi. Sono stati attimi particolari, intensi e pieni di commozione, ed anche tanti attestati di stima e di amicizia nei confronti di Niccolò mi hanno colpito molto. Come quei momenti, ce ne sono stati altri più recenti legati al terremoto e alle giornate ad Amatrice. Naturalmente sono stato anche a Norcia, poi.

Come accade che decidi di andare in un luogo dove sai che, in quel momento, stanno accadendo fatti completamente al di fuori del controllo degli uomini, come il terremoto?
Succede che ti svegli, senti la notizia e decidi di partire. E sono partito. E mentre sei in viaggio, e stai per arrivare sai che devi aspettarti di tutto. E’ una consapevolezza che devi portare sempre con te, come la tua macchina fotografica.

Era la prima volta, ad Amatrice?
In realtà avevo seguito anche il terremoto dell’Aquila, anche se a distanza di tempo. Conoscevo bene l’Aquila prima del sisma perchè mio padre ha un appartamento in una valle lì vicino e fin da piccolo sono andato spesso a L’Aquila. Osservarla negli anni successivi al sisma è stato sconvolgente: da città piena di vita e di iniziative a una città fantasma. Ogni tanto mi capita di trasfigurare con la mente le situazioni che vivo e accostarle a luoghi o accadimenti, che mi sono familiari e che ho vissuto o immortalato. In quell’occasione mi è venuta in mente un’immagine, un paragone con Santa Maria della Pietà (l’ex manicomio della capitale) e i tiranti dei palazzi de L’Aquila mi sembravano come le cinture della camicia di forza delle persone costrette a vivere in quella che secondo me era una vera e propria prigione. Poi ho avuto modo di fare un reportage in alcuni paesi colpiti dal terremoto in Abruzzo, come ad esempio Onna e nel 2013 andai a fare un reportage del terremoto in Emilia (Mirandola, Medolla, San Felice sul Panaro) che dopo pochi mesi dall’accaduto erano già in via di ricostruzione.

Ad Amatrice è stato diverso perché sono andato nei primissimi giorni dopo il sisma, e le scosse dal vivo mi hanno sconvolto, sembrava come di stare su un tapis-roulant. Hai un carico di emozioni che accumuli in questi momenti e poi devi sfogare in qualche modo. E, infatti, le persone del luogo che ci hanno dato un passaggio attraverso i paesi colpiti hanno raccontato la loro storia, quello che gli era successo. Racconti che difficilmente riuscirò a dimenticare. Persone che nel giro di qualche secondo hanno perso tutto. La loro casa, la loro attività, i familiari. Persone che avevano necessità di parlare, per sfogarsi, anche con perfetti sconosciuti come ero io in quel frangente.

Come si riesce a vivere quei momenti?
Indubbiamente per quanto riguarda il mio lavoro c’è una morale, lo scrupolo anche nel riprendere il dolore. Sono un fotografo, sì, ma ho anche un’etica, e capisci il momento in cui ti devi fermare e non devi andare oltre. Capisci anche che la vita è realmente appesa a un filo. Sono molto emotivo, mi sento un sognatore, idealista e empatico. Con il mio lavoro cerco di trasmettere un messaggio positivo, come la gente reagisce, come ognuno nel suo piccolo cerca di migliorare. E l’arte a questo serve … “Dove c’è un tramonto, c’è un’alba”. L’arte per me è regalare emozioni alle persone cercando di farle sentire meglio, donando loro un attimo di serenità.

Ti piacciono molto i tramonti, ne fotografi diversi? Eh sì, perché i tramonti sono tra le cose che mi piacciono di più immortalare. Soprattutto quelli sul mare, come in Maremma, dove quando ho qualche giorno libero vado.
È il mio piccolo rifugio. Spiagge selvagge, mare, macchia mediterranea, gabbiani, immerso nella natura.

Vivere quei momenti è come se mi sentissi in un’altra dimensione. Immortalare i tramonti per me è rilassante, anche se comunque devi riuscire a cogliere l’attimo. Mentre la cronaca e la politica hanno i tempi molto più stretti e più frenetici.

Quali sono i tuoi soggetti preferiti?
In generale non ho soggetti preferiti, anche se non nascondo che immortalare un sorriso è per motivo di grande soddisfazione. Cosa c’è di più bello ed affascinante di un sorriso?

E ci sono delle situazioni che ti appassionano di più? Ad esempio, una delle vicende che mi è molto cara è quella del Baobab e la situazione dei migranti a Roma.

Le sto seguendo da due anni, e sono diverse le immagini e i fermo immagini che si affollano nella mia mente. Se ne dovessi scegliere alcune una di quelle che mi è rimasta più impressa è l’immagine di un ragazzo di colore davanti alla distribuzione del pasto. Mentre si avvicinava con il piatto e la forchetta e mi guardava fisso. Oppure quella di un bambino appoggiato alla sua tenda, con lo sguardo fisso verso l’orizzonte come a guardare il suo futuro.

E ancora una donna, con l’asciugamano in testa, madre di una bimba di poco più di due anni che teneva in braccio, e dietro un muro di graffiti. Anche qui una delle mie similitudini, o trasposizioni artistiche, a Piazza Navona c’è una statua del Bernini che evoca un gesto simile a quello della bambina.

L’arte ha per te un forte ascendente?
Sono da sempre appassionato di pittura e scultura. Fin da quando ero bambino avevo una forte curiosità per la storia dell’arte. E anche per questo mi sento privilegiato, Roma ti offre la storia, e posso vedere e vivere appieno il mistero e il fascino dell’arte. Per me è un museo a cielo aperto. E poi tutti i racconti e le leggende legate ai vicoli e alle persone, rende ancora più appassionante conoscere la città. Ad esempio la biografia di Beatrice Cenci e la sua vita. Parlando di pittura mi piacciono gli impressionisti, quando sono stato a Parigi al Museo D’Orsay mi sono perso a vivere le emozioni dei quadri di Monet, Van Gogh, Cezanne, Pizarro e degli altri pittori per quasi una giornata. Mi piace la pittura en plein air, come sono riusciti a cogliere le sfumature di vita e di colori, sono stato anni fa in Provenza ad osservare i campi viola di lavanda, i papaveri e tutte le variazioni cromatiche, e mi sono ritrovato in quei quadri.

Posti romani particolarmente suggestivi, non solo da fotografare, ma dove poter avere uno studio, ad esempio, da vivere?
Sull’Aventino, tra le Basiliche medievali, intorno al giardino degli aranci, lì c’è proprio un’oasi su Roma, sembra quasi di non stare nel cuore della città eterna.

Ma se fosse possibile sceglierei anche i classici posti panoramici: Gianicolo, Pincio, Terrazza sul Vittoriano, o anche una passeggiata lungo i vicoli di Trastevere quando sono deserti… o la Cupola di San Pietro, se riesci a salire tutta la sua scala in diagonale, se non soffri di vertigini o claustrofobia, e arrivi a vedere tutta Roma, fino quasi al mare, ti senti quasi di toccare il cielo, vedi la storia sotto i tuoi occhi. Dove porteresti un turista? I primi posti che mi vengono in mente sono via Margutta, con tutti gli atelier degli artisti e dove fanno la “Mostra d’Arte dei Cento Pittori”. Ma anche portarlo a visitare la piccola bottega del marmista dei detti e dei motti romani. Ne ho comprate due con l’inscrizione:
“A ricordamose de ride” e “I realisti sanno dove stanno andando, i sognatori ci sono già”.

Cosa usi per fotografare?
Uso Canon6D con due corpi macchina. Per lavorare le immagini uso il pc in ambiente windows, sono uno dei pochi, la maggior parte dei fotografi usano il mac e il mondo apple.

Il fotografo nella sua professione è anche un po’ narcisista, ti ritrovi in questa caratteristica?
Mi sento narcisista? Non so, non l’ho mai pensato. Questo è un mestiere che ti porta ad essere in continua evoluzione, ti confronti con gli altri ed è una continua scoperta, tu dai consigli agli altri, e ti trovi a ricevere consigli. Mi sento di crescere come persona e come fotografo. Poi in realtà mi sento un antidivo, sono ansioso e seguo il flusso di alti e bassi della vita. Il fotografo deve rimanere sempre dietro le quinte per catturare al meglio le emozioni.

Ci sono dei progetti che vorresti un giorno realizzare?
Diversi. Un progetto ideale sarebbe quello di riuscire a immortalare i sentimenti delle donne, sorrisi, dolore, malinconia. Poi studiare la vita sotto il mare, ma quello rimarrà un sogno anche perché avrei problemi a stare sottacqua! Salire in cima a una montagna molto alta per realizzare una veduta di 360°. Realizzare un reportage dei luoghi delle battaglie, come ad esempio i tunnel della prima guerra mondiale sulle alpi… per capire chissà com’era la vita in trincea. Percorrere tutta l’Appia antica, da Porta San Sebastiano fino a Brindisi. Oppure la via Francigena, per un reportage con tutti i pellegrini, per catturarne i volti con le loro emozioni. Mi sarebbe piaciuto anche i migranti e la crisi in Croazia e Serbia, ma non sono riuscito. Diciamo che gli ingredienti alla base sono tre: mistero, fascino e storia.

Sito web Matteo Nardone: www.matteonardone.com

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