Camminare e fotografare a Trastevere con il tour del Photo Social Club Roma

ANGOLI DI TRASTEVERE E RITRATTI DI MANI_igor W Schiaroli_1Camminare e fotografare nell’antichissimo quartiere di Trastevere a Roma.
Durante una bella giornata di sole, una di quelle meravigliose mattine romane, abbiamo seguito il Tour a piedi ANGOLI DI TRASTEVERE E RITRATTI DI MANI, un meetup del Photography Social Club Roma, organizzato da Osvaldo Sponzilli. (http://www.meetup.com/it/Photography-Social-Club-Roma/)

Con Osvaldo Sponzilli e i fotografi del Social Club siamo andati alla ricerca degli angoli meno conosciuti dell’affascinante e antichissimo quartiere di Trastevere.

ANGOLI DI TRASTEVERE E RITRATTI DI MANI_Osvaldo.Sponzilli_photo-by_igor W Schiaroli_0Due i temi di questo tour a piedi:

  • Fotografare le mani degli abitanti di Trastevere: le mani raccontano, le mani sono il nostro biglietto da visita, le mani trasmettono ed inviano messaggi… le mani parlano
  • Esplorare un’area particolare di Trastevere che potremmo definire: dai Genovesi al Drago

I FOTOGRAFI

Paola Naomi:

Caterina di Capua:

Osvaldo Sponzilli:

Igor W Schiaroli (con iPhone 4s):

Silvia Torrioli:

Massimo Sperandio:

Serena Cinque:Camminare e fotografare tra gli ANGOLI DI TRASTEVERE_mani_photo-by-Serena-CinqueLuca:

IL PERCORSO

La Partenza è da:
ANGOLI DI TRASTEVERE E RITRATTI DI MANI_Statua Gioaccchino Belli_photo-by_igor W Schiaroli_0Piazza Giuseppe Gioacchino Belli.
Inizialmente era conosciuta come Piazza Italia, è stata realizzata nel 1890, ed ospita il monumento fontana al Belli, opera di Michele Tripisciano del 1913.
Il bastone del poeta è stato più volte rubato, sì che alla fine il Comune gliene ha infilato nella mano uno di ferro tinto di nero per simulare l’ebano, poi fissato nel cemento.

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Proseguiamo e passeggiamo per le altre tappe.

ANGOLI DI TRASTEVERE E RITRATTI DI MANI_Piazza della Gensola_photo-by_igor W Schiaroli_0Piazza della Gensola,

il toponimo è l’equivalente del termine “giuggiola”, probabilmente un albero di questo frutto presente nella piazza che ormai è scomparso oppure dalla presenza di un’osteria con questo nome.
Walking-tour-TRASTEVERE_via-della-Gensola_Photo-by_Igor-Wolfango-SchiaroliQui si trovava la chiesa di S. Eligio dei Sellari, distrutta nel 1902 in quanto gravemente danneggiata dall’alluvione del Tevere del 1900. L’edificio fu edificato dall’architetto Carlo De Dominicis, per volere dell’Università dei Sellai.

Piazza in Piscinula,

è così denominata per l’antica presenza di uno stabilimento termale con vasche o piscine (“piscinula” è un diminutivo) delle quali Roma in passato era colma e che davano il nome a molte località, anche se poi l’appellativo rimase soltanto a questa piazza ed alla via omonima adiacente; oppure al mercato del pesce che si teneva nella zona.ANGOLI DI TRASTEVERE E RITRATTI DI MANI_igor W Schiaroli_2

  • Sulla piazza, un angolo magico di antica memoria medioevale, si affacciano le quattrocentesche Case Mattei, realizzate inglobando edifici del ‘300 già di proprietà Mattei, un altro ramo della famiglia insediatosi intorno alla piazza Mattei.

Le tracce più antiche si rivelano nelle finestre centinate ed a crociera, nelle bifore e nel portichetto con una colonna medioevale ed una loggia. L’edificio, frutto di sovrastrutture e modifiche attuate nell’arco di cinque secoli, fu scenario di una tragedia familiare nella quale vi furono assassinati ben cinque membri dei Mattei.ANGOLI DI TRASTEVERE E RITRATTI DI MANI_Palazzo Mattei piazza in Piscinula_Photo-by_igor W Schiaroli_0La famiglia è presente a Roma sin dal 1282 e si originò con un Matteo della famiglia Papi, dai quali ereditò per sé e la sua stirpe la carica di “guardiano de’ ponti e ripe“, con il compito cioè di mantenere l’ordine pubblico in tempo di sede vacante, qualificandosi quindi come famiglia filopontificia.

Nel ‘600, con la morte di Annibale e Maria Mattei, morti senza eredi, subentrarono i Della Molara, che dettero anche il nome ad una piazzetta antistante il palazzo, verso il Tevere, scomparsa con la costruzione dei muraglioni.

Walkong_tour-Trastevere_piazza-in-piscinula_Photo-by-Igor-SchiaroliNel 1870, l’edificio ospitò la “Locanda della Sciacquetta”.

Nel 1890 le case furono acquistate da due nuovi padroni, Giacomo Nuñez ed il barone Celsia di Vegliasco, che fecero restaurare il complesso restituendogli le forme originali.

Un ulteriore restauro si ebbe nel 1930 ad opera dello scenografo Walter Mocchi, fino a quando nel 1960 il complesso venne suddiviso in varie unità immobiliari.

  • Sul versante opposto della piazza si trova la chiesa di S. Benedetto in Piscinula, sorta, secondo la leggenda, nel 543 sulle rovine della domus Aniciorum, una nobile ed antichissima famiglia romana alla quale sarebbe appartenuto anche S. Benedetto da Norcia (al quale infatti la chiesa è dedicata), che vi avrebbe risieduto durante il suo soggiorno romano.

ANGOLI DI TRASTEVERE E RITRATTI DI MANI_Chiesa San Benedetto in Piscinula_photo-by_igor W Schiaroli_0La struttura muraria ed alcuni capitelli della chiesa rivelano l’esistenza di un oratorio risalente al sec. VIII, dal cui restauro ed ampliamento, dopo il saccheggio di Roberto il Guiscardo del 1084, sarebbe poi nata la chiesa.

ANGOLI DI TRASTEVERE E RITRATTI DI MANI_igor W Schiaroli_4Le prime notizie documentate risalgono al 1192 quando Cencio Camerario la menziona come “San Benedetto de piscina”.
Nel XV secolo fu restaurato il tetto ad opera della famiglia romana dei Castellani.
Nel 1678 fu rifatta la facciata ed ai lati furono costruiti il collegio di S. Anselmo, adibito ai Benedettini di passaggio a Roma, e l’ospedale fondato da don Lami e funzionante fino al 1726, ossia fino a quando Filippo Raguzzini, per incarico di Benedetto XIII, inaugurò l’Ospedale dedicato a S. Maria e a S. Gallicano: sia il convento sia l’antico ospedale sono scomparsi.
Nel 1825 papa Leone XII soppresse la cura parrocchiale e fu così che per un decennio la chiesa subì un tale abbandono che furono necessari ben due interventi di restauro. I lavori, affidati all’architetto Pietro Camporese, videro il rifacimento della facciata.
Il 21 marzo 1939, dopo la rinuncia al diritto di patronato della famiglia Lancellotti, la chiesa fu riaperta al pubblico e restaurata a spese del Vicariato di Roma.
Dal 1941 al 2002 la chiesa fu sede di una comunità religiosa femminile, l’Istituto di Nostra Signora del Carmelo, ma dal 2003 il Vicariato di Roma ne ha affidato la custodia agli Araldi del Vangelo, una Associazione Internazionale di Diritto Pontificio.

Bello e caratteristico il campanile, il più piccolo di Roma, che conserva anche la più antica campana di Roma datata 1069.
L’interno, a tre navate con colonne risalenti ai primi secoli dell’Impero, custodisce un pregevole pavimento cosmatesco in porfido e serpentino del XII secolo ed un dipinto del sec. XIV, posto sull’altare maggiore, raffigurante la Vergine con Bambino.
Molto importante il piccolo oratorio: l’altare, consacrato nel 1604 ed abbellito da una bella lastra in porfido di tipo cosmatesco, custodisce una Madonna con Bambino denominata “Madonna della Misericordia”, un affresco del ‘300 particolarmente venerato perché si ritiene che qui venisse a pregare S. Benedetto e dal quale ricevette l’invito di fondare il suo ordine.

Da questo oratorio si accede in una cella molto angusta che la tradizione vuole sia stata la dimora ed il luogo di penitenza del giovane Santo.Trastevere_Walking-Tour_Photo-by_Caterina-Di-Capua_6

  • Al civico 19 è situato il palazzetto Nuñez Leslie, un antico edificio risalente alla metà del ‘500 quando vi si apriva la “Locanda in Piscinula” di Mario Moretti, che aveva come insegna un lume. In questa locanda trascorse gli ultimi giorni della sua vita la poetessa e letterata, nonché cortigiana, Tullia d’Aragona, che diceva di essere figlia di Ludovico d’Aragona, nipote del re Alfonso II di Napoli, ma sicuramente figlia della cortigiana ferrarese Giulia Campana.

ANGOLI DI TRASTEVERE E RITRATTI DI MANI_igor W Schiaroli_3In seguito l’edificio divenne proprietà dei Nuñez, marchesi oriundi di Spagna; l’ultimo membro della famiglia che lo possedette, lo vendette a sir John Leslie.

Il portone centinato con architrave su mensole fu invece voluto dal successivo proprietario, il baronetto irlandese John Leslie: vi è infatti riprodotto lo stemma dei Leslie, consistente in tre fibbie d’oro su fondo celeste. Le fibbie ricordano un episodio di cui fu protagonista il cavaliere ungherese Bartolomeo Leslie, antenato di John, il quale portò in salvo sul suo cavallo la regina Margherita di Scozia, poi divenuta santa, facendola aggrappare alle fibbie del suo abito, affinché non scivolasse nel torrente in piena che attraversavano. La regina, grata, concesse al cavaliere questo elemento araldico col motto “Grip fast” (Tenete forte).

Sculture e frammenti decorativi inseriti nelle pareti provengono dalla collezione artistica dei Nuñez; numerose le decorazioni ed i fregi dipinti all’interno dell’appartamento: in una stanza vi sono affrescate scene di vita romana ed il castello della famiglia Leslie in Irlanda.

Via Titta Scarpetta,

Il toponimo di questa piccola via, un tempo denominato vicolo, non è del tutto certo: secondo alcuni, deriverebbe da un soldato chiamato Titta Scarpetta l’eroico difensore di Malta, che abitava proprio in questa via e che si distinse nell’assedio di Malta del 1559 contro i Turchi dove perdette la vita, impedendone quindi la conquista. Alcuni sostengono che il nome derivi dall’insegna di un’osteria altri ancora sostengono che il nome possa derivare da un antico frammento marmoreo di una statua romana che raffigurava un piede calzato, incastrato nel muro all’angolo del vicolo e poi scomparso. Un probabile riferimento a questo frammento marmoreo è contenuto nella “Descrizione del nuovo ripartimento de’ Rioni di Roma fatto per ordine di N.S. Papa Benedetto XIV nel 1744” di Bernardino Bernardini, dove, nell’elenco di “Strade Principali e Vicoli”, viene menzionato un “V(icolo) della Scarpaccia: A S.Benedetto in Piscinula”. Qualche anno dopo, esattamente nel 1748, G.B.Nolli, nella sua Mappa di Roma, attribuisce al tratto di strada corrispondente all’odierna via Titta Scarpetta il nome di “vicolo della Scarpetta”.

Trastevere_Walking-Tour_Photo-by_Caterina-Di-Capua_3Via dei Salumi,

prende il nome dai depositi di generi alimentari a base di carne suina, un tempo ubicati in questa strada; le case su questa via “tenevano a basso delle stanze per conservare i mangiari salati”. La zona era anticamente abitata dagli ebrei.

La basilica di S.Cecilia,

arriviamo sulla piazza dove questa bellissima basilica è stata edificata sulla casa della martire romana Cecilia e di suo marito Valeriano. Durante il restauro avvenuto nel 1899, proprio al di sotto della chiesa, vennero effettuati degli scavi che rivelarono alcuni edifici di età repubblicana.
Walking-tour-Trastevere_Basilica-Santa-Cecilia_Photo-by-Igor-Wolfango-SchiaroliS.Cecilia, rea di aver tentato di convertire Valeriano e il fratello Tiburzio, fu martirizzata nel 230 d.C. nei sotterranei della chiesa, dove tuttora si trova il “calidarium”, ossia l’ambiente nel quale la martire subì per tre giorni il supplizio: poiché, scaduto il terzo giorno, non era ancora stata soffocata dai vapori caldissimi, i suoi aguzzini la decapitarono per ordine dell’imperatore Marco Aurelio.

Basilica-santa.Cecilia_cortile_Walking-tour-Trastevere-Roma_Photo-by-Igor-SchiaroliPer molto tempo il corpo della santa non fu trovato, finché nell’820 venne rinvenuto nelle catacombe di S.Callisto, miracolosamente intatto ed avvolto in una veste candida trapuntata d’oro. Nell’821 papa Pasquale I fece trasportare il corpo della santa nella chiesa di S.Cecilia e ne ordinò la ricostruzione.

trastevere e mani-1-12 R_Walking-Tour_Photo-by_Osvaldo-SponzilliS.Maria ad Pineam

Questa piccola ma antica chiesetta, situata nel vicolo omonimo tra piazza dei Mercanti e via Augusto Jandolo, fu fondata nel 1090 durante il pontificato di Urbano II (1088-1090).  Il nome attuale è di Santa Maria in Cappella. Nel 1391 la chiesa fu restaurata da Andreozzo Ponziani, suocero di S.Francesca Romana, che vi costruì accanto un ospedale denominato “del Ss.Salvatore”, del quale la stessa Santa si occupava. Dopo la morte di Francesca Romana, il complesso passò in eredità alle monache di Tor de’ Specchi, le quali nel 1540 lo cedettero alla Confraternita dei Barilari, i fabbricanti di barili e mezzi barili, finchè decadde lentamente fino a quando Innocenzo X, nel 1653, ne affidò le cure ad Olimpia Maidalchini della famiglia Pamphilj, cognata del pontefice, nota anche come “la Pimpaccia”.La-Pimpaccia_donna-olimpia La nobildonna, che era proprietaria di un ampio terreno adiacente la chiesetta, vi costruì un enorme giardino (con annesso casino) che degradava fino al fiume. La proprietà rimase così fino alla morte del figlio di Donna Olimpia, Camillo, dopodiché, nel 1797, fu concessa in uso al Sodalizio dei Marinari di Ripa e Ripetta, i quali la restaurarono. L’interno della chiesa è a tre navate divise da cinque colonne; le decorazioni appartengono all’ultimo restauro ottocentesco.

Trastevere-Walking-Tour_fiat500_Photo-by-Silvia-TorrioliVia dell’Arco de’ Tolomei,

Sull’edificio, ai nn. 16-18 si legge: Si pacifer es, mane, si turbulentus, abscede (“Se sei un uomo tranquillo, resta, se sei litigioso vattene”).

Trastevere-Walking-Tour_arco-dei-TolomeiÈ un punto assai suggestivo e caratteristico del vecchio Trastevere. L’arco, di origine medioevale, ma ampiamente rimaneggiato nel 1928, prende il nome dalla famiglia senese dei Tolomei, che si stanziò a Roma dal 1358 ed ebbe il proprio palazzo in questo rione.

La denominazione “Arco dei Tolomei”, che compare nella pianta del Falda del 1676, subentrò, o per lo meno si affiancò a quella “de Bondii”, antica famiglia romana.

Nei pressi di questo complesso fu fondata dall’avvocato Michele Gigli (+1837) una delle prime “scuole notturne” di Roma, per i giovani poveri che “imparavano a leggere, scrivere e far di conto”. Al termine delle lezioni, prima di tornare a casa, gli alunni si recavano a pregare davanti ad un’immagine della Vergine in Piazza della Gensola.

Sempre in questa zona, nel 1888, fu aperto l’Asilo Savoia per l’infanzia abbandonata.

Via dell’Arco dei Tolomei veniva ricordata nelle Taxae Viarum del 1613, col nome di “Vicolo di Tolomeo”.

Al n. 1, l’edificio con muri a scarpa, era l’Orfanotrofio Israelitico Italiano Giuseppe e Violante Pitigliani, oggi centro culturale. Aveva lo scopo di educare e mantenere fanciulli orfani ebrei di età compresa fra i 6 e i 13 anni.

Via Anicia,

nella pianta del Nolli (1118) via Anicia è indicata come “strada Gregoriana”; conserva nel nome il ricordo dell’antica e nobile famiglia romana degli Anici di cui avrebbe fatto parte S. Benedetto (Norcia 480 – Montecassino 547).

Walking-Tour-Trastevere_Photo-by-Massimo,Secondo l’Adinolfi, abitavano invece in questa via i Frangipani (che vantavano una discendenza dagli Anici); molti di loro furono sepolti a Santa Cecilia. Dai Frangipani prese il nome tutta la contrada (Nolli, 1117). Oggi la memoria di questa importante casata si è completamente perduta e non sappiamo con precisione dove fosse ubicata la torre trasteverina degli eredi di Pietro Frangipane, ricordata in un documento del 1340.

Via Anicia fu ampliata nel 1876.

bona_deaMentre si scavavano le fondazioni del Conservatorio di S. Pasquale Baylon, furono rinvenute due epigrafi e un’ara che attestavano il culto della dea Bona; altre tre iscrizioni furono successivamente ritrovate in luoghi diversi di Trastevere, con cui si invoca la protezione di Bona per l’insula Bolani di proprietà di M. Vettio Bolano, console sotto Nerone nell’anno 66, poi legato in Britannia e proconsole d’Asia.

Il culto della Bona Dea, di particolare importanza a Trastevere, ove è stato messo in relazione con quello di Santa Cecilia, era antichissimo (secondo Cicerone risaliva ad età regia) e così misterioso e segreto che neppure il nome della divinità veniva mai pronunciato, preferendo appunto denominarla Bona Dea (secondo una versione della leggenda poteva essere Fauna, figlia o moglie di Fauno, assunta a modello di castità per averlo rifiutato).

Le sue prerogative erano: la carità verso i fedeli (in particolar modo con la guarigione delle malattie degli occhi), e la fecondità; era infatti la dea delle donne. Gli uomini venivano rigorosamente banditi dai suoi riti.

Il principale tempio alla Bona Dea si trovava sulle pendici dell’Aventino, nei pressi dell’odierna chiesa di Santa Balbina, ove le sacerdotesse si dedicavano alla cura e alla guarigione dei malati; in quello trasteverino essa era venerata con il titolo di oclata e restitutrix: attributi entrambi allusivi alle sue virtù di dea risanatrice degli occhi.

In Via Anicia n. 13, affianco alla chiesa di S. Giovanni Battista dei Genovesi, è il Conservatorio di S. Pasquale Baylon, edificato dall’architetto Francesco Ferruzzi.

L’iniziativa risale al 1724, con edificazione del complesso a partire dal 1743; qui le ragazze si trasferirono dal 1747, dedicandosi specialmente alla lavorazione della seta.

Nel 1856, già trasferite le orfane, alle Oblate della Divina Provvidenza subentrarono le Oblate Agostiniane che ancora oggi si occupano degli esercizi spirituali per le fanciulle che si preparano alla Prima Comunione, e della loro istruzione elementare.

vicolo trastevere_Trastevere-Walking-Tour_Photo-by_Paola-NaomiIn occasione della festa della Madonna del Carmine, le suore hanno l’incarico di vestire la statua della Vergine.

Di fronte al Conservatorio si trova la fiancata della Scuola Elementare Goffredo Mameli.

chiesa_dei-genovesi-roma-trastevereVia dei Genovesi,

l’Ospedale fu fondato da Meliaduce Cicala (1430 ca./1481), nobile genovese che, dopo aver ricoperto cariche pubbliche nella sua città, si trasferì definitivamente a Roma nel 1467 per occuparsi inizialmente di attività commerciali (fra le quali il trasporto dell’allume da Tolfa a Civitavecchia), e poi di attività bancarie (Depositario Generale della Camera Apostolica) che gli consentirono di incrementare le già notevoli ricchezze.

Alla sua morte (5/8/1481) lasciò erede dei beni (case a Roma, castelli nel Lazio e la tenuta del Sasso sulla via Aurelia) la Camera Apostolica, con l’obbligo di costruire, nei pressi del porto di Ripa Grande, un ospedale per i marinai malati o bisognosi d’assistenza.

chiostro_chiesa_dei-genovesi-roma-trastevereIl testamento del Cicala fu reso esecutivo da Sisto IV con la bolla Inter alia del 1482.

I lavori dell’Ospedale, inizialmente dedicato a S. Sisto, poi a Meliaduce Cicala ed infine a S. Giovanni Battista dei Genovesi, iniziarono nel 1482-1483 e furono affidati alla sovrintendenza di Giorgio della Rovere vescovo di Orvieto; qualche tempo dopo fu pure intrapresa la costruzione della chiesa, citata per la prima volta nel 1492.

L’amministrazione dei beni del fondatore, affidata ai Chierici di Camera che ebbero più cura dei propri interessi che di quelli dell’Istituto, si rivelò dannosa per l’ospedale, che esaurì nel giro di pochi anni le proprie risorse economiche.

Innocenzo VIII

Innocenzo VIII (1484-1490) decise allora di scegliere gli amministratori dell’Istituto fra coloro che avevano avuto rapporti di amicizia o di lavoro col fondatore, o comunque fra persone che, per la loro nazionalità, non avrebbero lasciato esaurire l’importante iniziativa. Primo rettore fu così il genovese Nicola Calvo, seguito nella carica da Gasparo Biondo (figlio dell’umanista Flavio).

Con una bolla, Innocenzo VIII restringeva inoltre ai soli marinai genovesi l’assistenza dell’Ospedale (anche se il criterio della nazionalità non fu mai eccessivamente rigoroso).

Prestarono qui la loro opera Bartolomeo Emanuelli, archiatra di Innocenzo VIII, considerato un riformatore della medicina, e fino al 1675 Cesare Macchiati da Fermo, che insegnò medicina a La Sapienza e fu medico particolare di Cristina di Svezia.

Come conseguenza di una cattiva gestione, la fondazione ridotta ormai ad una rendita di soli 100 ducati, nel 1550 fu costretta temporaneamente a chiudere.

Fu così che Giulio III, con una bolla, nel 1553, istituì, dietro suggerimento di Giovan Battista Cicala (nipote di Meliaduce), la Confraternita di S. Giovanni Battista dei Genovesi, con il complito di amministrare le rendite dell’Istituto.

60_baiocchiIl Senato della Repubblica di Genova concesse, nel 1559, il diritto di consolato, che le consentiva di esigere 60 baiocchi dai capitani di barca battenti bandiera genovese che approdavano a Ripa.

Nel 1796, con la caduta della Repubblica genovese, finirono anche le rendite per l’Ospedale che si vide costretto a chiudere.

Però l’attività della Confraternita proseguì fiorente nel corso dei secoli.

Dal 1576, godevano del privilegio di poter liberare un condannato a morte genovese il giorno della festa di S. Giovanni Battista (24 giugno), poi esteso in favore dei condannati di qualsiasi nazione.

A seguito della legge del 1890 che sopprimeva tutte le Confraternite, questa dei Genovesi venne trasformata in Opera Pia; lo statuto, riformato nel 1909, è tuttora in vigore.

La Confraternita oggi provvede prevalentemente al culto e si occupa di attività culturali, che si svolgono nella sede dell’antico ospedale i cui ambienti, in larga misura ristrutturati, sono stati in parte affittati a privati.

Via della Luce,

già denominata Via delle Rimesse (dalle stalle per la sosta e il cambio dei cavalli) e Via dei Morticelli (perché si passava per questa strada per recarsi nel cimitero adiacente alla chiesa di Santa Maria della Luce).

Trastevere_Roma_via-della-lungaretta_via-della-luce_ Acquarello-di-Ettore-Roesler-FranzIl cambiamento del toponimo avvenne nel 1730 in seguito al ritrovamento, presso un arco del Tevere, di un’immagine della Vergine, oggetto di particolare devozione, che fu trasportata nella chiesa di Santa Maria della Luce.

Qui, fino alla fine dell’800, si trovavano due lanifici, quello Buttarelli e quello di Elia Magliocchetti.

Chiesa di Santa Maria della Luce,

Trastevere-Chiesa-Santa_Maria_della_Luceex chiesa di S. Salvatore della Corte, cosiddetta da una Curia romana nella quale la chiesa stessa sarebbe stata costruita; però l’appellativo potrebbe anche essere collegato ad una famiglia De Curtibus; oppure al fatto che molti ebrei (curti, cioè circoncisi) risiedevano nelle vicinanze. Armellini sosteneva che sarebbe stata la vicinanza dell’excubitorium della VII Coorte dei Vigili a prestare il nome alla chiesa; la Gallavotti suggerisce che il toponimo deriverebbe, più semplicemente, dal recinto nel mezzo del quale in antico sorgeva la chiesa.

Sulla sua origine non si hanno notizie certe. Un oratorio dedicato al Salvatore sarebbe stato fondato, secondo una tradizione storicamente non verificabile, da Santa Bonosa (unitamente al fratello Eutropio ed alla sorella Zosima) nella Curia di Augusto, sede di un tribunale civile. Dopo la sua morte, nel 211, l’oratorio probabilmente non andò in disuso e continuò ad essere frequentato dai cristiani della zona.

Giulio I (337-352) la ingrandì e trasformò in chiesa, dedicandola al Salvatore.

Qui, in epoca imprecisata, sarebbero state portate (dal cimitero di Ponziano presso la via Portuense) le reliquie di S. Pigmenio, titolare e vescovo della chiesa, il quale morì annegato nel Tevere ove fu gettato per ordine dell’imperatore Giuliano l’Apostata, del quale era stato precettore e maestro, e che lo aveva prima esiliato in Persia da dove il santo era tornato cieco.

Soltanto ad iniziare dal sec. X la storia della chiesa si fonda su documenti certi; viene ricordata come soggetta a S. Crisogono; soltanto nel 1599 acquisì autonomia parrocchiale, con Clemente VIII.

Il campanile, l’abside e il transetto risalgono al sec. XII, unici resti dell’edificio antico.

Nel 1728 la chiesa, allora in condizioni di estrema fatiscenza, fu concessa alla Provincia Romana dei Minimi.

Nel 1730, un cieco, mentre si trovava nell’angusto corridoio di una casa, riacquistata miracolosamente la vista e scorgendo ad un tratto un’immagine della Vergine affrescata sul muro, avrebbe gridato: luce, luce.

Secondo un’altra versione, raccontata dall’allora Padre Provinciale dei Minimi, un giovane parrocchiano disoccupato, tal Giuseppe Trafimi, trovandosi nei pressi del Tevere, a vicolo delle due Mole, in un sito dove si scaricavano le immondizie, osservando su un muro una Madonna col Bambino mai notata da alcuno, si rivolse con fede alla Vergine perché lo aiutasse e poco tempo dopo trovò lavoro.

Alcuni giorni prima anche una parrocchiana aveva creduto di vedere nello stesso luogo “due angeli con torce accese pregare, e altre persone con fiaccole scendere e salire”.

Si ripulì allora l’ambiente dove si trovava l’immagine della Madonna col Bambino e quattro Santi che cominciò a dispensare miracoli e divenne oggetto di particolare devozione.

Due fedeli in particolare, nel raccoglimento della preghiera avrebbero invocato la Vergine della Luce, e quell’appellativo sarebbe poi rimasto al dipinto, che i Minimi si offrirono di ospitare nella chiesa, nel 1730.

Con le offerte dei devoti si poté intraprendere una totale ristrutturazione della chiesa, avvalendosi dei progetti di Gabriele Valvassori che prestò gratuitamente la sua opera per soddisfare ad un voto fatto alla Vergine durante una malattia; altrettanto fece Sebastiano Conca che affrescò il catino absidale e ritoccò il dipinto miracoloso.

Bisognò attendere il 1821 perché la facciata venisse realizzata.

Sulla destra, non visibile dalla strada, ma da un cortile del convento, si leva la torre campanaria del 1125 ca.; conserva ancora 15 delle 40 formelle di ceramica islamica che la decoravano.

Vicolo del Buco,

così denominato per le dimensioni anguste; secondo il Romano, deriverebbe invece dall’insegna di un’osteria già scomparsa nel 1860.

wolking-tour-Trastevere_Vicolo del Buco,Sul vicolo prospettano l’abside semicircolare ed il transetto sopraelevato della chiesa di S. Maria della Luce del sec. XII, con cornice e denti di sega.

Al n. 24 della via, due targhe con la scritta: Coll. Angl.m num. 52 53, uniche tracce rimaste della proprietà dell’Ospizio degli Inglesi.

Piazza del Drago,

nei pressi, in Via di Monte Fiore (il cui nome deriva dal rialzo del terreno formatosi sulle rovine della VII Coorte ed ai giardini che un tempo si trovavano nella zona), da una misera locanda, si diffuse agli inizi del mese di giugno 1656 la terribile peste che decimò la popolazione romana e trasteverina in particolare.

Piazza del Drago era detta anche della “Crociata del Drago”, in alcuni documenti del 1754.

Walking_tour-Trastevere_Photo-by-Igor-SchiaroliSi vorrebbe spiegare il toponimo con l’insegna di un’antica osteria, esistente ancora nel 1852, mentre più probabilmente si tratta della famiglia del Drago dalla quale anche l’osteria potrebbe aver preso il nome.

Emilio Gentilini Via della Lungaretta, ngolo vicolo della Luce, Roma Fotografia 1971-72

Emilio Gentilini, Via della Lungaretta, ngolo vicolo della Luce, Roma Fotografia 1971-72

 

Via della Lungaretta,

è la principale arteria del rione, chiamata nel ‘500 via Transtiberina; corrisponde esattamente all’Aurelia Vetus che si trova m. 3,50 al di sotto dell’attuale manto stradale, come scoperto nel 1889. Via della Lungaretta iniziando dal “ponte Emilio” saliva sul Gianicolo ed usciva di città all’altezza della “porta Aurelia” per dirigersi verso “Forum Aureli”, l’odierna Montalto di Castro. In seguito denominata “via Transtiberina”, assunse il nome attuale, diminutivo di Lungara, in seguito al rifacimento di papa Giulio II agli inizi del Cinquecento: poco più corta rispetto a via della Lungara, 700 metri contro i circa 1000 metri della sorella maggiore, ma altrettanto rettilinea, collega la chiesa di S.Maria in Trastevere a piazza in Piscinula. La via fu detta anche “vico Castellano” per la presenza del palazzo della nobile famiglia romana, un tempo situato tra via della Lungarina e ponte Rotto, demolito alla fine dell’Ottocento per la costruzione dei muraglioni del Tevere. La via fu brutalmente tagliata in due tronconi nel 1886, con l’apertura di “viale del Re” (denominato poi “viale del Lavoro” ed infine viale di Trastevere), perdendo così non soltanto unità e continuità, ma anche la funzionalità per cui era stata concepita.

Nota sulle fonti:
Le fonti delle descrizioni del tour sono state liberamente prese da siti web (es. RomaSegreta.it, romamiabella, etc..) e dalle storie degli abitanti del quartiere.

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