Botero a Roma: una fiaba più vera del vero

Se camminando in prossimità dei Fori Imperiali mi imbattessi nel manifesto della mostra di  Fernanado Botero, non potrei fare a meno di entrare a vedere le 50 opere dell’inconfondibile artista colombiano provenienti da tutto il mondo. Si tratta della prima retrospettiva italiana in programma al Complesso del Vittoriano dal 5 maggio al 27 agosto, che celebra i suoi 50 anni di carriera, dal 1958 al 2016.

Ad accoglierci una delle sue sculture in bronzo, a cui ne seguono altre dalle forme abbondanti ma leggere ed eleganti allo stesso tempo, che anticipano la poetica della sua pittura.

Entrando nella prima delle sette sezioni, quella dedicata agli antichi maestri come Raffaello, Piero della Francesca, Velasquez e Rubens si è subito avvolti da un abbraccio di colori a olio su tela. Un omaggio a celebri dipinti, reinterpretazioni che sintetizzano la cultura latino-americana delle sue origini e quella della grande Europa. Il tratto pittorico è inconfondibile, delicato e netto, espressione della sua idea di volume e spazio. Un riconoscimento all’arte, patrimonio universale senza tempo.

La serie di nature morte che segue conferma lo stile inconfondibilmente vivace e armonioso.

“Guardate una delle mie nature morte e noterete che i coltelli e le forchette, la frutta , il tavolo, il tovagliolo, ogni cosa è resa nella stessa maniera, perciò l’intero lavoro irradia un senso di unità, armonia e coerenza. Questo è ciò che comunica la sua verità essenziale”

Le sezioni dedicate alla religione e alla politica colpiscono per l’ironia che traspare. Se la prima esprime la quotidianità del soprannaturale a tratti sorprendente, la seconda trasmette una garbata rappresentazione del potere, senza giudizi di merito in un clima di sospensione. Non si può fare a meno di sorridere di fronte agli straordinari monsignori, agli sgargianti presidenti o alle rubiconde first lady di Botero.

L’apice delle emozioni viene raggiunto nella parte centrale della mostra, quella dedicata alla vita latino-americana. Colori, forme e spazi della vita quotidiana sono pieni, intensi e sospesi allo stesso tempo.

“Si trova nella mia pittura un mondo che ho conosciuto quando ero molto giovane, nella mia terra. Si tratta di una specie di nostalgia e io ne ho fatto l’aspetto centrale del mio lavoro”

Pur avendo conosciuto diversi paesi, i luoghi di origine sono la sua principale ispirazione. Il linguaggio diretto ed essenziale dell’arte popolare è lo stesso della sua pittura, così come il tessuto narrativo è quello dei racconti della sua terra natale.

Le sale conclusive dei nudi e del circo sono forse quelle più note. Le rotondità femminili e le possenti presenze maschili suscitano simpatia e brio, leggerezza a grazia. Le figure talvolta grottesche possono essere sensuali o tristi, ma di sicuro sono l’esaltazione della vita senza malizia o peccato. Gli equilibristi e i clown generano stupore e toccano le corde della malinconia, ma la linea nitida pittorica infonde sicurezza.

“Dipingere è una professione angosciante…. sintesi di passione e regola”

Uscendo dalla mostra quello che rimane è la traccia della forte personalità dell’autore nei soggetti dipinti. Appare evidente che realtà e fiaba procedono insieme e rendono le rappresentazioni verosimili, quasi al limite senza mai superarlo, sempre coerenti fra di loro.

Link per approfondimenti su Fernando Botero:

www.treccani.it/enciclopedia/fernando-botero

www.ilvittoriano.com/mostra-botero-roma.html

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