L’arte, lo zen e la percezione del vuoto di Giorgio Pahor

Il mondo dell’arte pensa continuamene, crea ed è pieno, come il nostro cervello. Questa volta, ci possiamo tuffare nel vuoto…un vuoto- pieno della mostra personale di Giorgio Pahor a Roma. “La percezione del vuoto” titolo della sua mostra che già fa parlare di sé, prima ancora di andare a vederla.

Il tema del “vuoto” ha avuto nel corso dell’arte contemporanea diversi studi molto interessanti, tra le varie espressioni diversi artisti ne sono testimonianza come Klein, Warhol, George, Pollock, Fontana,…tutti in comune avevano un forte senso del tangibile e del sensibile. Ad esempio con Yves Klein la ricerca pittorica è un emozione estatica ed immediatamente comunicabile. Il vuoto all’epoca chiamato anche “Nouveau Réalisme”: È un vuoto ricco di una semantica incompleta, il cui completamento è lasciato molto opportunamente agli spettatori.

Il vuoto, quindi, direi che non è assenza totale, il non essere o negazione dell’essere. Il vuoto è pieno, è una strada, è energia, è positivo. Ci fa pensare molto il vuoto… è forse anche qualcosa che non c’è, perché non c’è più, o che vorremmo ci fosse, o sentiamo che ci dovrebbe essere… Quel vuoto forse ci mostra una mancanza, proprio perché è traccia di una mancata presenza e quella mancanza ci dice un’infinità di cose da scoprire…

Nella mostra di Giorgio Pahor troviamo principalmente nei quadri spazi di sensibilità neri e alcuni rossi profondi.Una strada che ti porta a riflettere sul vuoto pieno, l’essenza della vita. Le opere disvelano tratti sorprendenti, come i quadri di Pahor, che ci fanno arrovellare intorno a una qualche idea, magari al concetto di presenza-assenza, vuoto-pieno…

Intervista a Giorgio Pahor

 

Incontriamo Giorgio Pahor all’interno dell’esposizione a Roma all’interno di uno spazio un po’ délabré e di grande fascino, dove sono presenti le sue splendide opere…

1) Parlaci di Giorgio Pahor, Come inizia il tuo percorso artistico? Il tuo punto di partenza?

Ho sempre avuto un’inclinazione per il disegno e per la pittura. Tanto che quando ero bambino mi o padre mi fece stare per un paio di settimane da uno scultore di Ascoli Piceno, Giuseppe Marinucci, che mi diede le basi del segno e il senso delle proprozioni. Continuai per la mia strada sviluppando una predilezione per l’acquarello e per l’inchiostro di china finchè nel 1992 ebbi la fortuna di incontrare Eduardo Palumbo, pittore napoletano che vive a Roma, che mi fece da mentore, mi fece lavorare con lui nel suo studio e mi introdusse all’arte astratta. Ci sono voluti quasi quattro anni per impadronirmi del significato di questo concetto e realizzare i miei primi quadri astratti. A quel punto il maestro Palumbo penso bene di organizzare una prima mostra per me nella chiesa degli artisti a Roma nel marzo del 1996. E’ cominciata così.

2) Dove hai sviluppato di più il tuo senso artistico in quale tecnica?

Con i colori che a volte, come nel caso della mostra sulla percezione del vuoto, sono monocromatici.

3) Raccontaci come lavori un opera, una tua giornata tipo dedicata all’Arte?

Non sono un metodico, non ho un solo modo di lavorare. A volte mi viene in mente un concetto o un tema su cui lavorare, e comincia la fase di studio sul tema stesso, e durante questa fase le idee che mi vengono sono tradotte in segni, bozzetti, progetti. Quando mi sono riempito la mente e lo spirito di informazioni, idee, preconcetti o concetti nuovi, ed il lavoro progettuale trova un suo termine, comincia la fase liberatoria del lavoro creativo. Il progetto viene elaborato, realizzato, a volte esposto.

Altre volte mi viene un bisogno impellente di creare e comincio a lavorare, l’opera si definisce mano a mano che il lavoro procede, e quando è completata a volte diventa un punto di partenza per nuovi progetti. In realtà non esiste una giornata “tipo” dedicata all’arte. A volte ci sono momenti preparatori, altri momenti creativi, e mi prendo la libertà di intersecarli.

4) Che cos’è un’opera d’arte per te?

Per me un’opera d’arte è un lavoro umano che riesce ad emozionare e ad esprimere l’ineffabile.

5) A quale artista ti ispiri?

Non c’è un artista in particolare. Ammiro la raffinatezza del Mantegna, la progettualità di Paolo Uccello, la luce del Caravaggio e degli artisti olandesi, la forza degli impressionisti, l’ecclettismo di Max Ernst, le idee dei Dada, la rappresentazione del movimento dinamico dei futuristi, la libertà creativa del Nouveau Réalisme di cui Ives Klein era un rappresentante significativo. Sono solo alcuni pensieri che mi vengono in questo momento e di certo non voglio fare una lista di nomi perchè la contaminazione avviene con tutte opere d’arte che ho visto durante gli anni e sopra tutto tramite tutti gli artisti che ho frequentato e con i quali ho lavorato.6) Parliamo del titolo della mostra: la percezione del vuoto..

Il vuoto è un tema trattato da tanti artisti. In realtà ho voluto esprimere come possiamo percepire il vuoto. Da quando mi sono soffermato a riflettere sul vuoto ho potuto notare che questo concetto provoca, in una certa misura, disagio tra le persone. Un retaggio culturale classico che la nostra società si porta in grembo dai tempi di Aristotele, da quando ha sviluppato il pensiero del “horror vacui”, della natura che rifiuta il vuoto, negandone l’esistenza. Questa idea è rimasta scolpita nella memoria culturale della nostra società occidentale, portandoci a rifiutare inconsciamente il concetto di Vuoto e percepirlo come una situazione esclusivamente negativa scartando tutto quello che lo concerne.

Ma non è sempre stato così. Fin dalla notte dei tempi l’uomo trova negli spazi vuoti un senso di sacralità, come la vastità del mare, l’energia di una radura in un bosco di alti fusti, la potenza di un anfiteatro di montagne. E l’uomo cerca di ricreare queste situazioni costruendo le grandi piazze, chiese ed edifici maestosi, anfiteatri e stadi, costruzioni con ampi spazi vuoti pronti ad accogliere e con lo scopo di essere riempiti. L’intenzione dell’uomo di dominare il vuoto, cosi come cerca di dominare tutto in natura. Per Democrito il “vuoto è quella qualità dello spazio che permette il movimento” e secondo Lucrezio “esiste un luogo intangibile, il vuoto e il vacuo”.

Leonardo scrisse “Di tutti i grandi concetti che portiamo dentro di noi, quello del nulla è senz’altro il più fecondo”. Ma il Vuoto non è da confondere con il Nulla. Una volta si tendeva ad assimilare i due concetti. Scienza e filosofia oggi li separano nettamente.

Documentandomi sul vuoto mi sono chiesto se il Vuoto fosse un concetto che influenza in modo particolare il momento epocale che stiamo vivendo. Credo che faccia parte di una presa di coscienza della civiltà contemporanea e di una riscoperta della sua importanza. Per questo ho voluto fare dei lavori sulla percezione del vuoto, per demitizzare la negatività che gli si attribuisce, ma anche la sua positività. Il vuoto semplicemente esiste, e come tutte le cose è l’uomo che lo definisce, in vari momenti e secondo le varie situazioni, così come lo percepisce. Il senso che diamo al vuoto dipende da come lo percepiamo. Considero il vuoto un concetto astratto, e credo che delle opere astratte si sposano perfettamente con questo concetto.

7) Il vuoto di qualcosa che non c’è più? Il vuoto pieno?

Il vuoto non è solo qualcosa che non c’è più, o quello che non c’è mai stato, ma sopra tutto la base di ciò che sarà. Il vuoto definisce il pieno. E comunque ricordiamoci che il vuoto è assenza di materia, ma con tanta energia. Sapendo che il nucleo dell’atomo, quindi la sua materia, è centomila volte più piccolo del diametro, si potrebbe arrivare a dire che la materia è “quasi” vuota e quindi noi stessi siamo composti di 99,9999999999% di vuoto, e tenuti insieme dalla sua energia. Il pieno rende visibili e palpabili le cose materiali, ma è il vuoto che ne struttura l’esitenza e l’utilizzo.

8) Lo zen del vuoto in rapporto con l’arte del vuoto?

Non so se esiste uno zen del vuoto, di certo lo Zen tende a raggiungere l’illuminazione tramite la vacuità, il vuoto mentale. A volte per fare ciò usa dei rituali e in questo modo rende occupata la mente permettendo all’Io di svuotarsi dai pensieri inutili. Alcuni di questi rituali si traducono in forme artistiche, come il kangi, l’arte del segno dei caratteri orientali, l’ikebana, l’arte delle combinazioni floreali, il kyudo, l’arte del tiro con l’arco… La creazione artistica avviene con un procedimento simile, l’artista si concentra sull’opera e non esistono pensieri, solo il lavoro da fare e l’opera da realizzare.

9) Il nero e il rosso cosa simboleggia?

Il nero è assenza, assenza di luce, assenza di colore, il rosso è energia, vitalità, passione. Una dualità complementare che si alterna. Come la notte e il giorno.

10) La tua tecnica dell’acquerello, che ammirabilmente lavori, cosa ti trasmette…

L’acquarello è un gioco d’acqua nella quale il colore si fonde e si confonde, viene assorbito dalla carta bagnata, che quando asciuga lo restituisce. La luce si crea con gli spazi lasciati vuoti. Tutti i segni rimangono visibili, le velature hanno la loro importanza. Un buon modo per esprimermi.

Non credo che sia importante cosa mi trasmetta l’acquarello, ciò che importa è quello che trasmette al fruitore, a chi guarda. Quando trasmette qualcosa si crea un rapporto.

11) La Rilevazione dell’opera? Quando avviene e perché secondo te?

Quando si lavora con attenzione è l’opera stessa che ci dice che è terminata. A volte si vorrebbe continuare, ma qualcosa ci dice che aggiungere sarebbe ridondante.

12) Come realizzi le tue installazioni? E questa in mostra sui cuori sotto vuoto?

Le installazioni nascono con un progetto in relazione allo spazio che le accoglie. Ovviamente c’è un idea di base, che poi si definisce con lo spazio. In questo caso i “sottovuoto” con i cuori messi sottovuoto ed appesi con dei nastri rossi, quasi come fosse un regalo scartato e poi messo da parte per altre occasioni, sono stati sistemati in una sala in ribasso. Ho cercato di tradurre quel senso di oppressione che sentiamo quando abbiamo perso una persona cara e il senso di vuoto che proviamo ci dà una stretta al cuore e ci manca l’aria. A volte questa persona cara potremmo essere noi stessi, oppure no. Disponendoli appesi come in una sala di torture ho voluto esprimere il dolore che un vuoto sottovuoto può causare.

13) Lo spazio come può influenzare l’opera?

Lo spazio è un luogo nel quale viviamo, anche se solo di passaggio, e ne siamo sempre influenzati. E così avviene per le opere che inevitabilmente interagiscono con lo spazio del quale faranno parte nel momento in cui vengono esposte, e il modo con il quale l’opera viene disposta nello spazio la può esaltare, oppure sminuire. Bisogna sempre preparare con cura lo spazio che accoglierà un’opera, che si tratti di una esposizione, di una sistemazione provvisoria oppure permanente. Ma non solo lo spazio, la luce è fondamentale, e a volte le ombre che si creano. In questa mostra, lo spazio è un magazzino abbastanza grande da dare un senso di vuoto, e mi ha permesso di appendere le opere, dando ad alcune di esse l’illusione di lievitare nel vuoto, che mi ha permesso di creare luci ed ombre suggestive.

14) Cosa vorresti lasciare al tuo pubblico con le tue opere?

Emozioni

15) Cosa vorresti fare in futuro nell’arte? Progetti?

Sono un amante dell’acqua, un appassionato del mare. Ho fatto diversi lavori che riguardano il mare e da tempo penso di fare una mostra che abbia come tema l’acqua. Dopo il vuoto credo che verrà l’acqua. Ma una cosa per volta. La mostra finisce il 13 aprile, poi si vedrà.

Il vuoto come forma e la forma come vuoto”poichè tutto è vacuità, tutto può essere”. Nagarjuna
Giorgio Pahor

La percezione del Vuoto di Giorgio Pahor
Dal 16 marzo fino al 13 aprile 2017
In Via Concordia, 44, 00183 Roma

Mostra a cura di Alberto Dambruoso

Sveva Manfredi Zavaglia

About Sveva Manfredi Zavaglia

E’ curatrice indipendente, art Advisor e consulente di marketing management culturale internazionale. Da oltre 20 anni e progettista culturale di eventi legati all'arte contemporanea con una particolare attenzione a spazi inconsueti, e alle interazioni con altre arti.

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