Un ritratto di chiunque, ovunque di Daniele Sigalot, partendo da Milano Malpensa

In un momento in cui per la maggior parte di noi viaggiare è diventato un ricordo lontano, all’aeroporto di Milano Malpensa trovate la grande istallazione: “Un ritratto di chiunque, ovunque” di Daniele Sigalot, che ci permette di fare il giro del mondo in 50 passi. La mostra rimarrà visibile al pubblico fino ad ottobre 2021.

La monumentale installazione, nata tra la collaborazione tra Daniele Sigalot e l’azienda Wetzel&Magistris, consiste in 12 mappe di 12 città incise al laser su lastre di acciaio lucido e disposte in un cerchio di 35 metri di diametro. Rivedere e rivedersi, nelle città e nei viaggi che tanto ci mancano, da New York a Sydney, da Istanbul a Roma o Barcellona, è esattamente ciò che succede, dove l’artista trasforma le città in grandi specchi capaci di coinvolgere e stravolgere l’immagine di chi vi si riflette.

Quando qualcuno si specchia in una di queste lastre, l’immagine che gli viene restituita è un caleidoscopio di lineamenti rimodellati e plasmati dalle strade e dagli edifici della città incisa sull’acciaio. Un progetto a Cura di Luca Beatrice e realizzata in collaborazione con Wetzel & Magistris, con il patrocinio di SEA – Milan Airports e del Comune di Milano, l’installazione è stata allestita presso la Porta di Milano al Terminal 1 dell’aeroporto di Milano Malpensa.

“Le città dove nasciamo e scegliamo di vivere ci formano e trasformano. Io sono di Roma, spiega Daniele Sigalot, ma ho cominciato a lavorare a Milano, poi ho vissuto a Barcellona, Londra, Berlino ed ora Napoli. Ed ogni città ha contribuito a cambiarmi, sia moralmente che fisicamente. Volevo trasformare questo pensiero in un’opera, e la cosa più semplice, mi è sembrata incidere una mappa su una superficie lucida per poter sovrapporre la topografia di una città ai lineamenti di un volto. E proprio quando questa somma si realizza che l’opera si compie”.

Le opere creano un “osmosi” con il pubblico, la sua realizzazione nel concreto coinvolgimento in un rapporto individuale che ogni fruitore porta all’opera stessa a seconda di quale città del cuore sceglie, determinando ogni volta un risultato originale e inaspettato dentro di sé. L’artista crea un desiderio personale nel rapporto diretto col suo pubblico attraverso un opera partecipativa e dinamiche nuove da quanto possa accadere in un ambiente come lo spazio di Milano Malpensa; Lo spazio diventa luogo che rappresenta del patrimonio collettivo per il quale l’artista ha il dovere di rivendicare la responsabilità, in quanto luogo d’incontro e di dialogo dell’intera collettività, non solo di quella fetta partecipante al sistema arte, ma di tutti.

Non mancate a questa partecipazione da ammirare e condividere fino a Ottobre 2021. L’installazione sarà presente in un catalogo edito da Skira che è stato pubblicato lo scorso dicembre 2020.

Intervistiamo Daniele Sigalot in questa occasione della sua mostra personale a Milano Malpensa:

1) Daniele facciamo un passo all’indietro, come nasce il tuo percorso nel mondo dell’arte?
Da un incidente. Io non volevo fare l’artista. Lavoravo in pubblicità, per la precisione facevo il copywriter in Saatchi&Saatchi Londra, e dopo aver lavorato 6 mesi sulla campagna di lancio di un nuovo prodotto della Barilla, i fratelli Barilla cestinarono il nostro lavoro con un lapidario “vi avevamo chiesto un sogno, ci avete consegnato un incubo”. Fu quindi nei bagni della Barilla, che tra parentesi espone nei suoi uffici una collezione d’arte stellare, che io e il mio art director, decidemmo di dimetterci per dedicarci a uno strampalato progetto che nasceva da un fumetto chiamato Blue and Joy e che in pochi anni invece dell’editoria deragliò dentro mondo dell’arte. Fino al 2014 quindi ho lavorato all’interno di un duo che prese proprio il nome di quel fumetto, dal 2015 invece ognuno ha preso la sua strada nell’arte. Insomma è colpa dei fratelli Barilla se faccio l’artista.

2) “Niente è più necessario del superfluo” asseriva Oscar Wilde, vuol dire che l’inessenziale è più utile di quanto crediamo e fare spazio nella nostra vita con l’arte dell’essenziale, cosa ne pensi?
È il meraviglioso paradosso dell’arte, che non ha nessuna funzione se non quella di essere imprescindibile e di dare risposte a domande che non ci sono.

3) Crei installazioni di grande significato artistico-sociale-antropologico, Cosa desideri raccontare?
Ti ringrazio, la domanda è lusinghiera, in realtà cerco solo di fare qualcosa di bello, e coinvolgente, per compensare il fatto che non so giocare sufficiente bene a pallone da potermi permettere di vivere facendo il calciatore.

4) Conoscere altre forme d’arte è importante? Con quale ti allinei di più? Affinità con qualche artista del 900? Quale nome è più significativo e perché?
Ho profondissima ammirazione per Alighiero Boetti e per Gino de Dominicis. Mi piacerebbe avere la loro leggerezza, che non era mai superficiale. Mi sembrano due goliardi della arte, e di quello spirito mi piacerebbe condividere l’allegria ed il coraggio.

5) Parliamo della realizzazione di questa installazione con grandi opere in mostra, questi elementi cromatici molto importati, come le hai realizzate? E quanto tempo ci hai messo a realizzarle?
L’installazione di Malpensa è stata realizzata interamente presso la WEM – empowering art platform. Una fabbrica in Piemonte che da 3 anni ha cominciato a diversificare la sua produzione, prima concentrata sull’automotive, per realizzare opere per diversi artisti. Ho passato i 3 mesi precedenti all’installazione proprio in WEM, per seguire tutte le fasi, dalla progettazione, all’incisione delle lastre, per poi passare alla realizzazione dei telai e delle basi di cemento, per finire con la delicatissima e stressante fase del trasporto e dell’installazione a Malpensa. Immagina che abbiamo spostato ed allestito 13 tonnellate di opere, senza perdere neanche un dito.

6) In queste opere troviamo un certo dualismo, a secondo da come ti vedi?
Più che dualismo la cosa che mi interessa è la trasformazione e la moltiplicazione dell’ego. Dentro ognuno di noi convivono persone diverse, o diverse facce della stessa persona. Nell’installazione di Malpensa, se ci si mette nel punto giusto, si riescono a vedere tutte queste identità in posa insieme.

7) Viaggiare attraverso le tue opere, diciamo che creano un’osmosi, cosa vuoi lasciare al tuo spettatore?
Vorrei perdessero il volo perché sono rimasti “incastrati” nell’installazione.

8) Cosa pensi del sistema dell’arte oggi e cosa bisognerebbe migliorare secondo te?
Mi piacerebbe avere delle risposte a questa domanda ma il sistema dell’arte a volte è assai più complicato e inspiegabile di alcune criptiche e incomprensibili opere arte.

9) Per la mostra avete create un bellissimo catalogo di Skira, la tua esperienza? (premesso stupendo grande da non perdere)
Per prima cosa vorrei dire consigliare di non mettere mai la parte dedicata ai ringraziamenti, perché si finisce sempre per dimenticare qualcuno e ciò crea inevitabilmente dei dispiaceri. Per il resto sono molto contento del volume, che oltre alla mostra di Malpensa contiene un buon riassunto degli ultimi 7 anni di lavori.

10) Cosa ti ha lasciato questa ultima esperienza espositiva
Tantissime ore di sonno perse, qualche ruga in più, ma anche l’orgoglio di essere riuscito a portare a compimento un progetto che era nato più di tre anni fa e che ha coinvolto un’infinita catena di persone alle quali sono molto grato.

11) Per terminare, parliamo della tua attività, prossimi progetti, ci puoi accennare qualche curiosità? E Desideri?
Abbiamo parlato di molte cose, ma non di uno dei progetti al quale sono più legato: la Coppa Pizzeria. Il mio studio si chiama La Pizzeria. Ha questo nome perché quando lo aprii, in quel di Berlino, mi divertiva prendere in giro lo stereotipo che vede noi italiani bravi solo in cucina. Poi quando mi sono trasferito a Napoli, mi è sembrato appropriato tenere lo stesso nome, visto che non c’è nulla di più banale di aprire una Pizzeria a Napoli, e nulla di più originale di aprirne una dove non si mangia. Detto questo, nel cortile antistante la Pizzeria, negli anni berlinesi (dal 2008 al 2018) è nato spontaneamente un piccolo torneo di calcio a 2, con campo asimmetrico, e regole strampalate. Questo piccolo torneo ogni anno è cresciuto fino a diventare un evento da 200 persone, dove artisti, galleristi, curatori, creativi ma anche gente con lavori più dignitosi e rispettabili, si sfida, mascherandosi, a pallone. In pratica la Coppa Pizzeria è diventata un ibrido tra una festa di carnevale, l’Oktober fest (festa famosa ad ottobre in germania), e una partita di calcio sulla spiaggia. L’anno scorso, causa maledetto Covid19 l’abbiamo dovuta annullare. Spero che l’estate del 2021 ci consenta di rifarci.

DANIELE SIGALOT l’artista: Dopo 7 anni in pubblicità passati senza riuscire a convincere nessuno a comprare cose di cui non avesse bisogno, Daniele Sigalot (nato a Roma, 1976) decide di passare al mondo dell’arte, dove il superfluo è più necessario. Lascia quindi Saatchi&Saatchi Londra per trasferirsi a Berlino, dove per non deludere gli stereotipi chiama il suo studio La Pizzeria. I suoi lavori sono stati esposti in più di 40 mostre in tutto il mondo, tra le quali spiccano le personali presso Reggia di Caserta, al MOAD di Miami, a Palazzo Ducale a Genova, alla Triennale di Milano e a Palazzo Reale a Napoli. Dal 2019 sposta il suo studio a Napoli dove finalmente trova l’ordine e l’organizzazione che mancavano alla capitale tedesca.

Website: www.danielesigalot.com www.aportraitofeveryone.com
Instagram: @danielesigalot @a_portrait_of_everyone
Photo credits: Williams Tattoli
UFFICIO STAMPA: Fabio Pariante – fabiopariante@gmail.com / mob. +39/338-7485546

One comment to “Un ritratto di chiunque, ovunque di Daniele Sigalot, partendo da Milano Malpensa”
  1. Hello, I’m Duda an Italian painter whit Belarusian origin, I have been painting for a short time with great joy and I would like experts like you to give me an evaluation on my works and give me stimulus to continue painting and explore new styles with my utmost commitment.
    Self taught, these are my first and only works, performed this year. I think I place myself between the post-war period and the lightheartedness and joie de vivre of the 60s, 70s, 80s, feelings that I want to transmit through my works.
    I sincerely thank.

    Duda

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